Tuesday, September 22, 2020
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Le macabre curiosità del professor Bessoni

Le macabre curiosità del professor Bessoni

Stefano Bessoni nasce e vive a Roma: regista, pittore, illustratore, fotografo, professore e molto altro, è un personaggio eclettico e capace di trovare diversi mezzi per trascinarti nel suo mondo oscuro e affascinante, in cui rivela tutte le sue conoscenze in campo scientifico e artistico.

Stefano Bessoni
Stefano Bessoni

Dalla fine degli anni Ottanta ha infatti lavorato a diversi film sperimentali, attirando l’attenzione della critica e ricevendo numerosi premi nazionali e internazionali. Vanta prestigiose collaborazioni come quella con il grande Pupi Avati, e non meno come pittore e illustratore è altrettanto attivo nella produzione editoriale e sempre presente in numerose esibizioni in quelle gallerie che prediligono il surreale contemporaneo. Il suo stile è inconfondibile… entomologo, amante del macabro, del decadente e del concetto di wunderkammer, un collezionista di inquietanti curiosità e tutto questo lo si può distintamente ritrovare in tutte le sue opere, che siano film con attori in carne ed ossa o di animazione stop-motion, che siano libri da lui scritti e illustrati o dipinti esposti in giro per il mondo, lo stile è il suo, inconfondibile, perciò andiamo a conoscere più da vicino chi è e come si forma questo poliedrico artista romano.

Ciao Stefano grazie per essere qui con me davanti al pubblico di Tattoo Life…
Ciao Claudia, grazie a te!

Quando si è davanti a un artista che espone il proprio immaginario interiore con così tante tecniche espressive e in maniera così dettagliata non si può fare a meno di domandarsi chi era Stefano da bambino? Che tipo di infanzia ha avuto? Come sono nati i suoi interessi e la sua predilezione per gli insetti, per le cose morte e per tutto quello che magari a un altro bambino avrebbe procurato ripugnanza o paura?
“Da piccolo sognavo di diventare un becchino, poi non ci sono riuscito e allora ho fatto il regista”… Nonostante questa affermazione a effetto, scarabocchiata un giorno accanto a un mio autoritratto infantile – e che ormai è rimbalzata ovunque, alimentando il pensiero che io sia una persona alquanto stramba – la mia infanzia è stata normalissima, piena di curiosità, passioni e interessi, cose che ritengo siano del tutto normali per un bambino.

Stefano Bessoni
Stefano Bessoni

Forse le mie pulsioni erano stravaganti per gli adulti o per i miei coetanei, fissati con il calcio, le figurine e i supereroi, con il sogno di diventare astronauta o pilota di formula uno. A me piacevano gli insetti, gli scheletri e i film dell’orrore, il mio eroe era Darwin e odiavo giocare a pallone, non sopportavo i calciatori e il tormento del tifo per una squadra o l’altra. Divoravo i documentari di Jacques-Yves Cousteau e quelli di Bruno Vailati, i programmi della BBC, in particolare “La vita sulla terra” di David Attenborough, inoltre guardavo a ripetizione i film dei mostri della Universal: “Frankenstein”, “La Mummia”, “Il mostro della Laguna Nera”… All’epoca li trasmettevano tutti i giorni e a ogni ora sulle emittenti private, in particolare Teletevere. Mi piazzavo davanti a un misero catorcio di televisore in bianco e nero e me li gustavo, fabbricando poi quei personaggi con il Pongo e fantasticando su improbabili remake casarecci, da girare magari con una vecchia cinepresa a molla 8mm di mio padre, che ora custodisco gelosamente tra i tanti pezzi della mia wunderkammer… tra crani, animaletti rinsecchiti, pupazzi e oggetti d’ogni genere.

Come siano nate le mie passioni non lo so. C’erano e le ho assecondate.

Nella tua biografia è indicato che prima di approdare all’accademia di belle arti di Roma avevi intrapreso studi in zoologia e biologia: in che modo la tua predilezione per il macabro affonda le radici negli studi scientifici, fino ad approdare alla tua più attuale manifestazione artistica?
Sì c’è stata una deriva, durata diversi anni, verso gli studi scientifici. Ho frequentato i primi anni di Scienze Biologiche, con non poche difficoltà, visto che provenivo da studi artistici. Già dagli anni del liceo avevo cominciato a interessarmi di entomologia e successivamente di zoologia dei mammiferi, in particolare dei chirotteri. All’università ero diventato studente interno alla facoltà di zoologia della Sapienza e muovevo i primi passi come ricercatore e illustratore scientifico.

Alfred Russell Wallace, Stefano Bessoni
Alfred Russell Wallace, Stefano Bessoni

Poi ho mollato. Non perché non mi piacesse, ma non riuscivo a capire nulla di matematica, fisica e chimica. Mai e poi mai sarei riuscito a dare gli esami e a laurearmi. L’unica cosa che mi riusciva discretamente era disegnare e studiare insetti e altri animali. Mi appassionava anche l’anatomia, la conservazione museale e la preparazione di reperti patologici. Sguazzavo felice nella formalina, adoravo il profumo tossico del paradiclorobenzene e subivo una fascinazione del tutto peculiare per stenditoi, scatole e spilli entomologici di ogni misura. La chiamo deriva, ma in realtà si tratta di una vera e propria formazione. Come ripiego, o meglio per sfuggire da studi impossibili e prendere tempo, mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti.

Qual è stata la tua primissima esperienza in campo cinematografico? Con quali sentimenti la ricordi?
Feci il mio primo cortometraggio durante gli studi in Accademia, per l’esame di regia cinematografica. Mi scelsero come attore e, costretto dal docente, dovetti accettare. Fu un’esperienza a dir poco patetica, che ricordo con grande vergogna. Per fortuna la registrazione era magnetica, di pessima qualità, in beta-max e oggi non ne esistono più tracce. Almeno spero.

Stefano Bessoni sul set
Stefano Bessoni sul set

Come è stato lavorare con Pupi Avati? A cosa avete lavorato insieme? Puoi raccontarci la tua esperienza e magari qualche aneddoto?
Lavorare con Pupi Avati è stata per me una svolta di vita. Da tanti anni lavoravo presso una società di produzione televisiva come operatore, montatore e tecnico video e, quando mi chiamò per collaborare con lui, dovetti prendere una decisione importante. Mi trovavo abbastanza bene in quell’ambiente, lavoravo con la RAI e altre reti televisive, per programmi tipo “Sereno Variabile”, “Detto Tra Noi”, “Linea Verde”. Convinto di fare cinema, giravo e montavo i miei cortometraggi, che presentavo in occasione di tanti festival e che vincevano pure dei premi. Ma lasciai quella società e cominciai a lavorare con la DueA Film, la produzione di Antonio e Pupi Avati.
Quando parlai con Pupi la prima volta, leggendo il mio curriculum, mi disse: “Hai vinto un sacco di patacche!” Poi, indicando uno scaffale alle sue spalle pieno di targhe e trofei, aggiunse: “Anche io.” Quel giorno capii tante cose e le “patacche” sono tutt’oggi sepolte in qualche scatolone impolverato, nel disordine totale di casa, che equivale a dire: perse. Quei riconoscimenti non erano poi tanto diverse da una coppa vinta a una gara di pesca o da una medaglia a un torneo di bocce. Compresi, per fortuna, che il sentirsi soddisfatti e arrivati è il pericolo peggiore che possa esistere.

Stefano Bessoni sul set
Stefano Bessoni sul set

Non facevo film, anche se ero convinto di farlo, realizzavo semmai delle forme pretenziose di video-teatro. Non ero un autore promettente, anche se avevo avuto la presunzione di pensarlo. Semplicemente confezionavo degli arzigogolati manufatti filmici, con mezzi costosi e professionali per l’epoca, ma inadeguati a restituire immagini soddisfacenti, degne di una proiezione su grande schermo. Erano così complessi, verbosi e infarciti di concetti alti, che spesso riuscivano ad abbindolare le giurie annoiate di rassegne in località sperdute e mai sentite nominare.

Quelli con Pupi sono stati anni importanti, durante i quali ho imparato e capito tante cose, pieni di aneddoti, ma che preferisco non raccontare e custodire nella mia memoria.

Con lui ho seguito tutta la lavorazione de “I cavalieri che fecero l’impresa”, “La Via degli angeli” e “Il cuore altrove”. Ho fatto il concept artist, lo storyboard artist, ho lavorato nel reparto costumi e in quello di scenografia e ho preso parte a tutta la fase di effetti digitali e di post-produzione, sotto la guida di Alvise, il figlio di Pupi, che mi ha insegnato tantissime cose, preziose per il mio percorso successivo.

Come è nata la passione e poi la voglia di approcciare anche all’animazione in stop-motion?
È stato un processo naturale. Una sorta di ponte tra cinema e illustrazione. Un giorno mi è venuta voglia di provare e l’ho fatto. In realtà avrei voluto fare delle animazioni a passo uno fin dagli anni dell’Accademia, alla fine degli anni Ottanta, quando per caso vidi “Qualcosa di Alice” di Jan Svankmajer e “Street of Crocodiles” dei Quay brothers, ma avrei dovuto lavorare con la pellicola 16 mm e mezzi molto costosi, fuori dalla mia portata, così lasciai perdere. Poi, tanti anni dopo, con lo sviluppo del digitale e l’arrivo del software Dragonframe, ho riconsiderato la possibilità di sperimentare e ho cominciato a fabbricare burattini e ad animarli. Le mie prime animazioni sono quelle inserite nel film “Krokodyle”, del 2010.

Stefano Bessoni
Stefano Bessoni

Il nostro pubblico è ovviamente caratterizzato da persone che hanno una grande passione per il disegno. A tal proposito vorrei citare una frase: “i registi si dividono tra quelli che sanno disegnare e quelli che non sanno disegnare” presente in “Krokodyle”, il tuo film del 2010 che tu stesso definisci “uno sfogo”. Per quanto emotivamente istintiva e provocatoria, in ogni caso in questa frase credo si celi un concetto che sicuramente farà parte del tuo personale pensiero. Perciò vorrei chiederti quale è esattamente la differenza che cogli tra queste due tipologie di narratori visivi?
Ma sì, lo ammetto, la mia è una forma di razzismo cinematografico. Però tutti i registi che mi piacciono disegnano: Tim Burton, Peter Greenaway, Wes Anderson, Terry Gilliam, Jean-Pierre Jeunet, Federico Fellini…

Disegnare, o anche solo scarabocchiare, permette di parlare una lingua visiva diversa.

Ridley Scott, comunica con i suoi collaboratori con degli schizzi su foglietti sgualciti, che chiamano “ridleogrammi”, grovigli di segni quasi incomprensibili, che però sullo schermo si tramutano in sequenze mozzafiato. Mi piace il cinema visionario, fatto di immagini libere, sperimentale, privo di struttura e anarchico. “Eraserhead” di David Lynch è per me il perfetto esempio di quello che dovrebbe essere un’opera filmica, o anche “ZOO – A Zed & two Noughts” di Peter Greenaway, o ancora alcuni film di Derek Jarman e Ken Russell. Poi c’è il cinema di scrittura, quello narrativo, un modo di raccontare che si appoggia su forme, dispositivi e modelli consolidati, ma stantii e troppo spesso scontati.

Illustrazione di Stefano Bessoni
Illustrazione di Stefano Bessoni

In “Imago Mortis” invece, il tuo lungometraggio del 2009 per il grande schermo, hai lavorato con attrici del calibro di Geraldine Chaplin… Se potessi esprimere un desiderio, con quale grande nome del cinema contemporaneo vorresti avere il piacere di lavorare?
Non saprei, non mi vengono in mente nomi altisonanti. Quando devo occuparmi di un casting entro sempre in crisi, anche semplicemente per fantasticare sui nomi ideali e irraggiungibili. Per me la cosa importante è che assomiglino ai miei disegni, con capoccioni sproporzionati, occhi grandi, braccine e gambine gracili. Per esempio, Elijah Wood, Cristina Ricci, Maria De Medeiros, Hugh O’Conor, Dominique Pinon, Rossy De Palma e anche Geraldine Chaplin si avvicinano alle fattezze di alcuni personaggi che immagino. Ma alla fine è sempre molto difficile trovare qualcuno di simile in un mondo becero, ormai stereotipato, che si poggia sulle apparenze e su canoni estetici patinati, dove di solito tali attori vengono spesso relegati a ruoli secondari o marginali.

Io piccolo becchino, Stefano Bessoni
Io piccolo becchino, Stefano Bessoni

Quando poi faccio le mie proposte ai produttori me le bocciano subito, accampando scuse di “bancabilità”, come dicono loro – significa che gli attori che preferisco non garantiscono un cospicuo ritorno economico. Mi piace molto Alex Lawther, che ho apprezzato nella serie “The End of the Fucking World” e nel film “Ghost Stories”. Se mai dovesse andare in porto il mio progetto, che si trascina ormai quasi da vent’anni, “Falene – Una storia di spettri e insetti”, mi piacerebbe averlo come protagonista.

Quali sono i nomi importanti nella tua formazione artistica? Nel cinema, nella pittura ma anche nella letteratura o nella musica per esempio, ci sono personaggi noti a cui ti senti più legato e che hanno contribuito ad alimentare la tua pulsione espressiva, fino a renderla quella che tutti noi possiamo oggi ammirare?
Il mio maggiore punto di riferimento è il filmmaker inglese Peter Greenaway. Ho cominciato a pensare di fare cinema dopo aver visto alcuni dei suoi film. Oggi lui si muove tra pittura, teatro, installazioni, cinema, arte concettuale e continua a essere per me una continua fonte di ispirazione. Ho fatto miei molti suoi pensieri e condivido in tutto il suo modo di intendere le forme espressive e la contaminazione di linguaggio. Greenaway sostiene che bisogna sempre fidarsi dell’opera e non dell’autore. Sono pienamente d’accordo. Sostiene che si suiciderà al compimento degli ottant’anni, nel 2022, ma è un provocatore e sono certo che troverà una teoria convincente per rimandare di almeno dieci anni, magari a novantadue anni, per celebrare il suo numero preferito, che è anche il numero atomico dell’uranio e quello delle valigie di Tulse Luper, il suo alter ego.

Stefano Bessoni
Stefano Bessoni

Mi piacciono le ballate di Nick Cave, le sue partiture per film insieme a Warren Ellis, la musica di Michael Nyman, le fotografie di Joel-Peter Witkin e quelle di Roger Ballen, le illustrazioni di Dusan Kallay, i preparati patologici di Frederik Ruysch, con i vestiti e i merletti cuciti dalla figlioletta Rachel, i tableaux tassidermici di Walter Potter, i bestiari antichi, i compendi di anatomia e i tomi di zoologia,le fiabe, i racconti popolari, i racconti di Franz Kafka e quelli di Jorge Luis Borges, l’Alice di Lewis Carroll e il Pinocchio di Collodi, il Frankenstein di Mary Shelley, gli incubi di Poe e di De Maupassant, le visioni di Angela Carter… potrei andare avanti molto a lungo. Meglio fermarsi qui, sono solo quelli che mi vengono in mente al momento, fare un elenco è un’impresa complessa e iniqua.

Qual è nell’arco della tua carriera il progetto artistico a cui ti senti sentimentalmente più legato?
Il prossimo.

A partire dall’anno 2000 prende forma anche la tua professione di insegnante. Diventi infatti docente di regia e docente di illustrazione e animazione in varie Accademie in città come Roma, Milano, Torino etc. Essere un professore, e poter divulgare, condividere e impartire la tua conoscenza ad aspiranti registi e illustratori come ti fa sentire? L’insegnamento dicono debba essere una vocazione, che tipo di rapporti instauri con i tuoi studenti?
Mi piace molto insegnare. È qualcosa a cui non rinuncerei mai, anche se in questi ultimi anni è diventato la mia occupazione principale, perché, nella difficoltà di lavorare in maniera concreta e remunerativa su nuovi progetti, rappresenta una valida forma di sostentamento. Spiegare le basi espressive e tecniche di cinema, illustrazione e animazione mi permette di tenermi allenato e mi carica di quell’energia creativa, che, chiuso in studio, tenderebbe a svanire, portandomi a perdermi in proiezioni di cupo fallimento.

Ma ora sento la forte esigenza di tornare a lavorare su un mio film e di diradare un poco la mia attività didattica.

Credo sia fisiologico, che mi faccia anche ricaricare, per tornare poi all’insegnamento con rinnovato entusiasmo e un bagaglio arricchito di esperienze da trasmettere. Woody Allen in “Io e Annie” diceva: “Chi non sa fare insegna e chi non sa insegnare insegna ginnastica.” Sono in perfetto accordo con tale affermazione e ne ho il terrore. Gli studenti sono “bestie strane”, una fauna assortita dall’etologia peculiare. Da bravo zoologo ho imparato a conoscerli e sapere come trattarli, ma c’è sempre l’incognita di qualche nuova specie, quindi l’attenzione deve sempre essere altissima. Comunque, il lavoro con loro è sempre stimolante ed è ormai una parte preziosa e integrante del mio mondo.

Work in progress, Stefano Bessoni
Work in progress, Stefano Bessoni

Come illustratore lavori con case editrici indipendenti e con loro hai una fervida produzione che riscuote puntualmente grande successo e approvazione in campo editoriale, vuoi parlarci di come è nato e come si è evoluto questo tuo percorso?
Anche il percorso nel mondo dell’illustrazione è partito in maniera spontanea, non ricordo neanche bene come. Mi sono sempre detto che non fosse importante il mezzo espressivo utilizzato, ma il contenuto. Così senza accorgermene sono passato dai film ai libri e spero di poter presto nuovamente sconfinare e realizzare progetti a cavallo tra cinema, illustrazione, libri e animazione. Credo molto nella contaminazione di linguaggi, soprattutto oggi che l’apertura degli spazi on-line ha permesso uno sviluppo di territori di diffusione impensabili fino alla fine dello scorso secolo. Ho iniziato a pubblicare con #logosedizioni circa dieci anni fa, grazie a Lina Vergara, che ha notato il mio lavoro e mi ha proposto di pensare a qualche progetto, magari prendendo spunto dalle sceneggiature che avevo scritto per il cinema. Da allora continuo a lavorare per loro con continuità, preparando uno o due titoli all’anno.

Bambola anatomica, Stefano Bessoni
Bambola anatomica, Stefano Bessoni

Spero di proseguire a lungo, perché è una casa editrice diversa dal panorama italiano, con un catalogo bellissimo e in perfetta linea con il mio stile. Per #logosedizioni ho realizzato delle visioni personali di “Alice”, “Il Mago di Oz”, “Pinocchio”, una mia storia originale in quattro volumi intitolata “Le scienze inesatte” e tanti altri libri, tra cui dei manuali di stop-motion e puppet making. Poi collaboro con Bakemono Lab, un fantastico progetto editoriale indipendente, guidato con coraggio e determinazione da Valentina Cestra. Anche il loro catalogo è assai interessante e originale, con diverse collane che spaziano dalla narrativa al cinema, fino all’illustrazione, ricco di autori di grandissimo livello.

Gabinetto delle curiosità di Carlo III a Madrid, Stefano Bessoni
Gabinetto delle curiosità di Carlo III a Madrid, Stefano Bessoni

Per Bakemono Lab ho illustrato i primi due libri di una serie di poetici, quanto divertenti entomodrammi scritti da Varla Del Rio: “Spoon – 27 giorni da bombo” e “Krauss nel gabinetto del dottor Caligari”. E ho realizzato anche la storia semi-vera di un boia emofobo ai tempi della Rivoluzione Francese, raccontata da Nicola Lucchi e intitolata “Memorie di un boia che amava i fiori”. Vorrei tanto cominciare a pubblicare anche all’estero con case editrici che ammiro e credo possano essere adatte ai miei progetti. Un giorno o l’altro dovrò rimboccarmi le maniche e cominciare a muovermi attivamente per lavorare in questa direzione.

Tra i molti libri da te ideati, scritti e illustrati che ho avuto il piacere di apprezzare, ce n’è uno tra i più recenti che non posso esimermi dal citare “Lombroso”.: in questo racconto – un breve viaggio surreale attraverso la criminologia passando per un personaggio realmente esistito, e da te rivisitato – per la prima volta si possono trovare raffigurati i tuoi personaggi, conditi dalla presenza di alcuni tatuaggi. Vuoi parlarci di questo tuo ultimo itinerario letterale e illustrativo? Quali sono stati gli studi e gli approfondimenti in materia di tatuaggio criminale che hai voluto intraprendere prima di cimentarti in questa opera?
Per “Lombroso”, ho voluto scrivere e illustrare una favola nera ambientata ai tempi dell’unificazione d’Italia, tra briganti, folli, cretini, delinquenti, malattie terribili, guaritori, patologi, medium e spiritisti. La storia di Lombroso è la novella macabra di un uomo votato alla scienza, che collezionò teschi di pazzi e criminali e dissezionò cadaveri, alla disperata ricerca di quei caratteri primitivi che avrebbero dimostrato l’ineluttabilità della condizione di delinquente, un tema a cui si dedicò instancabilmente oscillando sul labile confine tra genio e follia. La sua è una storia che potrebbe essere scaturita dalla penna di Mary Shelley o di Edgar Allan Poe, una vicenda così mirabolante, avventurosa e ricca di aneddoti che si stenta a credere alla sua veridicità.

Tatuaggi, Stefano Bessoni
Tatuaggi, Stefano Bessoni

Quella di Cesare Lombroso fu un’esistenza votata al progresso scientifico, cullata dal miraggio del positivismo, che lo portò a pensare che tutto potesse essere misurato, catalogato e controllato. Le sue teorie oggi sono state confutate, ma rappresentano comunque una base di studio e importanti spunti di riflessione sull’etica della scienza e la metodologia della ricerca.
Partendo fantasticamente dai ricordi confusi che affiorano nella testa di Cesare Lombroso conservata sotto formalina, ho voluto costruire un ritratto personale del padre della criminologia moderna, figura assai controversa che ancora oggi suscita feroci dibattiti.

Tatuaggi, Stefano Bessoni
Tatuaggi, Stefano Bessoni

Nel racconto e nelle illustrazioni, ho cercato di trasmettere la mia fascinazione per il personaggio criticandone al contempo le posizioni bigotte, razziste e intransigenti, che nel tempo sono diventate terreno fertile per tante discriminazioni. Il mio intento era fornire uno spunto di riflessione su una storia stupefacente e poco conosciuta ambientata in un’Italia neanche troppo lontana dai nostri giorni. Per i tatuaggi ho studiato e sono rimasto affascinato da quelli conservati sotto formalina, rimossi dai cadaveri di detenuti e da quelli ricalcati su carta pergamena su individui vivi. Per me si sono spalante le porte di un mondo sconosciuto, fatto di codici, simboli e segnali, impressi in maniera indelebile sulla pelle.

È sorprendente come il tatuaggio, ai tempi di Lombroso, rappresentasse un sofferto anello di congiunzione nell’evoluzione di una forma espressiva, un ponte di passaggio dalla cultura tribale alla società moderna.

Nei criminali era interpretato come una cosiddetta “stigmate anatomica” che indicava la prova inconfutabile di una forma di atavismo, che determinava la propensione alla delinquenza, mentre nei nobili e nell’alta società, o ancora nelle file di comando della gerarchia militare era un simbolo di appartenenza e superiorità. Lombroso scrisse: “Nulla è più naturale che un’usanza tanto diffusa tra i selvaggi e fra i popoli preistorici, torni a ripullulare in mezzo a quelle classi umane che, come i bassi fondi marini, mantengono la stessa temperatura, ripetono le usanze, le superstizioni, perfino le canzoni dei popoli primitivi, e che hanno in comune con questi la stessa violenza delle passioni, la stessa torbida sensualità, la stessa puerile vanità, il lungo ozio, e, nelle meretrici la nudità, che sono nei selvaggi i precipui incentivi a quella strana costumanza”.

Parlando di tatuaggio: i tuoi personaggi – dai pupazzi creati per la stop-motion, a quelli per la carta stampata – si sono spesso trasformati in fonte d’ispirazione anche per gli appassionati di tatuaggio. Quindi possiamo trovare vari tuoi fan che hanno voluto farsi tatuare alcune delle tue creature. Come vivi questo fenomeno? Cosa provi quando vedi i tuoi disegni impressi indelebilmente sulla pelle di qualcuno? E come vivi questo processo di riproduzione delle tue opere da parte di un altro artista?
Se chi si è tatuato qualche mio soggetto è contento, direi buon per lui. Non mi fa comunque troppo piacere e trovo che l’idea di partenza sia sempre banalizzata e lontana dai miei intenti. Oltretutto, la fattura è sempre discutibile, oltre a variazioni cromatiche e liberi accomodamenti di dubbio gusto. Preferisco che il mio mondo rimanga nei libri, o nei film.

Tra le molteplici forme espressive che hai portato avanti nella tua vita, hai mai pensato di provare a tatuare qualcuno? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi realmente del tatuaggio come forma espressiva e come forma artistica?
Mi piace il tatuaggio, inteso come forma espressiva e come estensione di manifestazioni antropologiche o culturali e a questo ci aggiungo anche la scarificazione, assieme ad altre forme di modificazione anatomica. Ammiro l’opera di artisti sul corpo, come Orlan, Marina Abramović, o Gina Pane. Mi affascinano l’arte del tatuaggio giapponese, le illustrazioni su pelle dei marinai d’altri tempi, la simbologia degli universi criminali con i loro codici miniati sulla pelle, le raffigurazioni corporali delle popolazioni primitive, la testimonianza cruenta dei riti di passaggio. Non mi piace, o almeno non trovo degno di attenzione, il tatuaggio decorativo, fatto di fronzoli, orpelli ed elementi privi di significato.

Lazarus, Stefano Bessoni
Lazarus, Stefano Bessoni

Anche se mi rendo conto che spesso il valore della raffigurazione è un fatto intimo legato a ricordi, o simbolo di qualcosa di estremamente personale, che magari ha valore solamente per il portatore di tale immagine. Non ho mai pensato di tatuare qualcuno e non vorrei farlo. Ma a volte mi è balenato in mente di tatuare la pelle sintetica per realizzare dei finti reperti anatomici sotto formalina, con dei soggetti scaturiti dalla mia immaginazione, ma realizzati con lo stile dei veri tatuaggi di criminali o marinai ottocenteschi.

Quali sono i progetti a cui stai lavorando al momento?
Meglio non parlarne, sono scaramantico e superstizioso. Troppe volte, in passato, ho raccontato dei miei progetti e sono poi regolarmente finiti alla deriva. Meglio raccontarli una volta realizzati.

Quali sono nei tuoi sogni di gloria gli obiettivi in campo professionale a cui vorresti convolare?
Vorrei vivere in serenità del mio lavoro, cosa che oggi sembra un sogno impossibile da realizzare.

La mia ultima domanda è forse più una curiosità, che spesso viene posta ai registi di film horror, o comunque a chi come te ha fatto di tutto ciò che è mortifero e spaventoso la propria fonte di creatività. Ebbene, esiste qualcosa che ti provoca ribrezzo? E qualcosa che ti fa paura?
Ci sono tante cose che mi fanno paura, sono un fifone di natura. Ma quello che veramente mi atterrisce è la stoltezza molesta e perniciosa dell’essere umano.

Grazie mille Stefano per questo viaggio attraverso le ombre danzanti che risiedono nel tuo mondo interiore.
Ombre danzanti? Un mio detrattore le ha definite paturnie esistenziali. Forse ha ragione. Grazie a te!

Stefano Bessoni
Stefano Bessoni

Published at Sun, 13 Sep 2020 08:33:05 +0000

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